Autostima e disturbi del comportamento alimentare

18 Autostima e disturbi del comportamento alimentare Molto interessanti sono le recenti teorie di Hilde Bruch, Selvini Palazzoli e Minuchin, i quali attraverso vari studi, hanno notato come i soggetti con disturbi del comportamento alimentare manifestino sentimenti d’inadeguatezza e incompetenza, dovuti all’incongruenza di risposte che ricevono dalla madre sin dalle prime esperienze di vita.
In particolare, occupandosi di soggetti con disturbi alimentari, Hilde Bruch ha posto in rilievo una particolare caratteristica psicologica di tali pazienti ovvero un senso paralizzante di “inefficacia” che pervade tutto il pensiero e ogni attività del soggetto.
Quindi, partendo dalle teorizzazioni di Hilde Bruch e dalla letteratura scientifica, è possibile affermare che i soggetti con disturbi alimentari (anoressia, bulimia e obesità) presentano una caratteristica comune: un deficit dell’autostima. L’autostima corrisponde all’opinione che l’individuo ha di se stesso e si organizza sulla base delle proprie esperienze che includono anche il come si è valutati dagli altri con tutte le interazioni che ne derivano.
L’autostima è considerata uno schema comportamentale e cognitivo appreso, multidimensionale e riferito ai diversi contesti, che si basa sulla valutazione espressa da un individuo delle esperienze e dei comportamenti passati e che influenza i suoi comportamenti attuali e predice quelli futuri.

Si può esaminare la formazione dell’autostima pensando al sé percepito e al sé ideale. Il sé percepito equivale al concetto di sé: una visione oggettiva di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti. Il sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere.
La discrepanza tra sé percepito e sé ideale crea problemi di autostima.
Cooley (1902) afferma che “Il sé si forma specchiandosi nelle reazioni degli altri”, quindi se veniamo trattati con noncuranza o disprezzo o se veniamo giudicati severamente dagli altri, tenderemo di riflesso ad adottare il punto di vista negativo dell’altro.
Anche Rosenberg (1979) sostiene che le reazioni altrui influenzano in modo decisivo la valutazione che operiamo di noi stessi. Le valutazioni degli altri su di noi, quindi e le loro conseguenti disposizioni ad accettarci o rifiutarci svolgono un ruolo estremamente importante nella formazione e nel mantenimento dell’autostima.
Nonostante il peso delle valutazioni altrui ci accompagni e ci condizioni in misura variabile per tutta la vita, è importante sottolineare quanto peso abbiano le figure di attaccamento nelle fasi precoci di sviluppo del sé e del primo nucleo dell’autostima. Il bambino tende a introiettare i valori di riferimento degli adulti significativi e a far sue le loro richieste e aspettative condividendo i giudizi e gli atteggiamenti che loro manifestano nei suoi confronti. Quindi, le sue prime autovalutazioni, coincideranno in buona misura con quelle che gli vengono trasmesse dagli altri anche in modo indiretto o implicito.
La sensazione generale percepita dal bambino di essere o non essere importante, di valere o non valere qualcosa, nascerà dalla percezione di essere o non essere accettato, apprezzato, riconosciuto importante dalle figure di attaccamento di cui sopra. Questo sentimento così elementare è il primo nucleo della sua autostima che per quanto primitiva, può essere anche molto solida e difficilmente permeabile.
Una persona con bassa autostima è fortemente motivata a soddisfare il bisogno di relazioni soddisfacenti: essere accettati e approvati dagli altri è per lei di primaria importanza. Il problema è che sembra convinta che il modo migliore per garantirsi l’accettazione sociale sia quello di piegarsi al conformismo, rinunciando a ogni autonomia, iniziativa personale, libertà di giudizio. È convinta insomma che per essere benvoluti dagli altri sia necessario dar loro ragione, non contrastarli o contraddirli, corrispondere alle loro richieste e aspettative, perché nella convinzione di valere poco o nulla è ragionevole essere e mostrarsi dipendenti da loro.
Le ragioni profonde di queste convinzioni vanno ricercate nella storia delle sue prime relazioni significative. Un bambino che ha una relazione insoddisfacente con la propria figura di attaccamento si trova di fronte a due possibili interpretazioni del problema: può pensare che non riceve amore e considerazione per colpa della persona cara, perché quest’ultima è cattiva, incapace, inadeguata oppure, al contrario, addossarsi lui la colpa e ritenersi quindi cattivo, incapace, inadeguato (creando così le condizioni di partenza per una bassa autostima). Di fronte a un tale bivio, sono molti i bambini che preferiscono la seconda strada. La scelta è comprensibile se si tiene conto che, nelle loro condizioni di totale dipendenza, risulta meno minaccioso attribuire la colpa all’interno, piuttosto che all’esterno. Infatti, se il bambino crede che le difficoltà che incontra nel rapporto con la persona cara dipendano da lui, può pensare di avere qualche controllo sulla situazione e sperare di riuscire a migliorarla: basta cercare di fare il buono, di non fare arrabbiare l’adulto, di non arrecare disturbo, di conquistare, con i propri sforzi la sua benevolenza.

Concludendo quindi, un’autostima sana è considerata particolarmente importante sin dall’infanzia, perché è proprio durante quest’età che si gettano le basi delle percezioni che si avranno di sé nel corso della vita. La competenza socio-emozionale che deriva da un’autovalutazione positiva può essere una forza che aiuterà il bambino ad evitare gravi problemi futuri.
Un’autovalutazione negativa, al contrario è menzionata come una caratteristica associata a molti disturbi, tra i quali i disturbi del comportamento alimentare.

Le adolescenti di sesso femminile appartenenti a famiglie in cui già un altro membro abbia sofferto di un disordine alimentare, sembrano più esposte al rischio di strutturare lo stesso disturbo (Agras et al., 1999; Cooper et al., 2002). Lo stesso succede alle adolescenti appartenenti a famiglie in cui è presente una forte motivazione all’affermazione sociale e professionale. Nonostante l’adolescenza sia considerata la fase cruciale in cui maggiormente compaiono disordini alimentari, capita di frequente di riscontrare nell’anamnesi di soggetti con tali disturbi segnali di disagio nei rapporti con il cibo e con il loro corpo ben antecedenti all’età adolescenziale; periodi caratterizzati da di rifiuto del cibo, episodiche idiosincrasie per alcuni alimenti, fasi di nutrizione ristretta ad un paio di varietà di cibi.
Elementi cruciali sono l’interesse e la centralità che nelle relazioni affettive del bambino viene ad assumere il cibo: il pasto diventa il terreno su cui si giocano i conflitti, le gratificazioni e le manifestazioni d’affetto.
La preoccupazione per l’alimentazione predomina nelle cure del neonato fin dall’inizio della vita. Il bambino, a causa del suo stato d’impotenza e di dipendenza totale, deve inizialmente esser nutrito e conquista solo progressivamente quell’autonomia che gli permetterà di nutrirsi da solo.
Nel bambino piccolo il piacere di mangiare è legato allo scambio, dato il posto inevitabile che l’alimentazione occupa nei primi rapporti che egli stabilisce con la madre. È come se la soddisfazione dei bisogni costituisse per la madre un’occasione per insegnare il piacere al piccolo. Le prime esperienze di soddisfazione e d’insoddisfazione, di piacere e di dispiacere, di speranza e di delusione, come del resto anche i primi conflitti vengono sperimentati quindi nella relazione alimentare.
È attraverso la soddisfazione del suo bisogno di nutrirsi che il bambino apprende a riconoscere e a differenziare in modo esatto i suoi stimoli fisiologici, giungendo a discernerne il significato e ad apprendere i comportamenti adatti per soddisfarli, lungo questo percorso egli giungerà alla coscienza della propria identità corporea. Ciò è possibile solo se i genitori considerano il figlio come “un altro da sé” in grado di avere bisogni discordanti dai loro, dalle loro percezioni e concettualizzazioni. Al contrario, una madre iperprotettiva è incapace di concepire il figlio come una persona nel suo proprio diritto. In quest’ottica, i disturbi alimentari vengono definiti non solo dal comportamento di un membro della famiglia, ma dalle interrelazioni di tutti i membri. Secondo le osservazioni di Minuchin (1980) ad esempio, la famiglia anoressica è tipicamente orientata sul figlio che cresce accuratamente protetto dai genitori, i quali si focalizzano sul suo benessere attraverso l’ipervigilanza dei suoi movimenti e dei suoi bisogni psicobiologici.
Attraverso il proprio corpo il figlio attira su di sé l’interesse della famiglia e sviluppa su queste istanze una vigilanza particolare. Dato che la valutazione di ciò che compie è dominio di qualcun altro egli sviluppa un perfezionismo ossessivo. La sua preoccupazione per l’effetto che esercita sugli altri lo porta ad esitare nel prendere iniziative, a comportarsi nel migliore dei modi e a sentirsi profondamente responsabile nel causare un imbarazzo alla famiglia. A causa di ciò è possibile affermare che i disturbi del comportamento alimentare riflettono modalità particolari di funzionamento familiare, quali la tendenza ad evitare i conflitti, un atteggiamento eccessivamente protettivo dei genitori nei confronti dei figli, una mancanza di regole chiare e di confini tra i membri della famiglia che risulta da un’eccessiva intrusione di ciascuno negli spazi dell’altro. Inoltre, in tali famiglie sono fortemente incoraggiati e premiati la disciplina e il successo. Hamacheck (1978) ha rilevato che in tali famiglie l’amore manifestato dai genitori è condizionato dalla performance del bambino che a sua volta non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla, mostrandosi ultra compiacente, maturo, responsabile e serio. Esigere però da un bambino più di quanto non sia capace di dare lo predispone, come affermato sopra, allo sviluppo di una bassa autostima.
Oggi essere sensibili verso i primi segnali di disagio del bambino nei confronti del cibo o mettere in luce funzionamenti familiari disfunzionali che portano allo sviluppo di una bassa autostima, può aiutare a promuovere interventi di prevenzione già nella preadolescenza, quando il disturbo rivela solo un disagio del bambino verso il cibo e quindi non è ancora divenuto patologico e quindi grave.